. Smantellato il muro,
fe' di quel tratto un arenoso lido,
e tornò le bell'acque al letto antico.
Di Nettunno quest'era e in un d'Apollo
l'opra futura. Ma la pugna intorno
a quel valido muro or ferve e mugge.
Cigolar delle torri odi percosse
le compàgi, e gli Achei dentro le navi
chiudonsi domi dal flagel di Giove,
e paventosi dell'ettoreo braccio,
impetuoso artefice di fuga;
perocché pari a turbine l'eroe
sempre combatte. E qual cinghiale o bieco
leon cui fanno cacciatori e cani
per l'impeto d'un sol, del fiero Ettorre
che in suo furore intollerando omai
passa ogni modo, e ne fa troppe offese!
A cui la Diva dalle glauche luci
Minerva rispondea: Certo perduta
avrìa costui la furia e l'alma ancora,
a giacer posto nella patria terra
dal valor degli Achei; ma quel mio padre
di sdegnosi pensier calda ha la mente,
sempre avverso, e de' miei forti disegni
acerbo correttor; né si rimembra
quante volte servar gli seppi il figlio
dai duri d'Euristèo comandi oppresso.
Ei lagrimava lamentoso al cielo,
e me dal cielo allora ad aïtarlo
Giove spediva. Ma se il cor prudente
detto m'avesse le presenti cose,
quando alle ferree porte il suo tiranno
l'invïò dell'Averno a trar dal negro
Erebo il can dell'abborrito Pluto,
ei, no, scampato non avrìa di Stige
la profonda fiumana. Or m'odia il padre,
e di Teti adempir cerca le brame,
che lusinghiera gli baciò il ginocchio,
e accarezzògli colla destra il mento,
d'onorar supplicandolo il Pelìde
delle cittadi atterrator. Ma tempo,
sì, verrà tempo che la sua diletta
Glaucòpide a chiamarmi egli ritorni.
Or tu vanne, ed il carro m'apparecchia
co' veloci cornipedi, ché tosto
io ne vo dentro alle paterne stanze,
e dell'armi mi vesto per la pugna.
Vedrem se questo Ettòr, che sì superbo
crolla il cimiero, riderà quand'io
nel folto apparirò della battaglia.
Qualcun per certo de' Troiani ancora
presso le navi achee satolli e pingui
di sue polpe farà cani ed augelli.
Disse; né Giuno ricusò, ma corse
ai divini cavalli, e d'auree barde
in fretta li guarnìa, Giuno la figlia
del gran Saturno, veneranda Diva.
D'altra parte Minerva il rabescato
suo bellissimo peplo, delle stesse
immortali sue dita opra stupenda,
sul pavimento dell'Egìoco padre
lasciò cader diffuso; ed indossando
del nimbifero Giove il grande usbergo,
tutta s'armava a lagrimosa pugna.
Sul rilucente cocchio indi salita
impugnò la pesante e poderosa
gran lancia, ond'ella, allor che monta in ira,
di forte genitor figlia tremenda,
le schiere degli eroi rovescia e doma.
Stimolava Giunon velocemente
colla sferza i destrieri, e tosto fûro
alle celesti soglie, a cui custodi
vegliano l'Ore che il maggior de' cieli
hanno in cura e l'Olimpo, onde sgombrarlo
o circondarlo della sacra nube.
Cigolando s'aprîr per sé medesme
l'eteree porte, e docili al flagello
spinser per queste i corridor le Dive.
Come Giove dal Gàrgaro le vide,
forte sdegnossi, ed Iri a sé chiamando
ali-dorata Dea, Vola, le disse,
Iri veloce, le rivolgi indietro,
e lor divieta il venir oltre meco
ad inegual cimento. Io lo protesto,
e il fatto seguirà le mie parole,
io loro fiaccherò sotto la biga
i corridori, e dall'infranto cocchio
balzerò le superbe, e delle piaghe
che loro impresse lascerà il mio telo,
né pur due lustri salderanno il solco.
Saprà Minerva allor qual sia stoltezza
il cimentarsi col suo padre in guerra.
Quanto a Giunon, m'è forza esser con ella
meno irato: gli è questo il suo costume
di sempre attraversarmi ogni disegno.
Disse; ed Iri a portar l'alto messaggio
mosse veloce al par delle procelle;
ed ascesa dall'Ida al grande Olimpo
di molti gioghi altero, e su le soglie
incontrate le Dee, sì le rattenne,
e lor di Giove le parole espose:
Dove correte? Che furore è questo?
Sostate il piè, ché il dar soccorso ai Greci
nol vi consente Giove. Le minacce
dell'alto figlio di Saturno udite,
che fian messe ad effetto. Ei sotto il carro
storpieravvi i destrieri, e dall'infranto
carro voi stesse balzerà, né dieci
anni le piaghe salderan che impresse
lasceravvi il suo telo; e tu, Minerva,
allor saprai qual sia demenza il farti
al tuo padre nemica. Né con Giuno,
sempre usata a turbargli ogni disegno,
tanto s'adira, ei no, quanto con teco,

delle mura troiane è la conquista.
Mosse quel dire delle turbe i petti,
e fremea l'adunanza, a quella guisa
che dell'icario mare i vasti flutti
si confondono allor che Noto ed Euro
della nube di Giove il fianco aprendo
a sollevar li vanno impetuosi.
E come quando di Favonio il soffio
denso campo di biade urta, e passando
il capo inchina delle bionde spiche;
tal si commosse il parlamento, e tutti
alle navi correan precipitosi
con fremito guerrier. Sotto i lor piedi
s'alza la polve, e al ciel si volve oscura.
I navigli allestir, lanciarli in mare,
espurgarne le fosse, ed i puntelli
sottrarre alle carene era di tutti
la faccenda e la gara. Arde ogni petto
del sacro amore delle patrie mura,
e tutto di clamori il cielo eccheggia.
E degli Achei quel dì sarìa seguìto,
contro il voler de' fati, il dipartire,
se con questo parlar non si volgea
Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre
invincibile figlia, così dunque,
il mar coprendo di fuggenti vele,
al patrio lido rediran gli Achivi?
Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto
lasceran tutto dell'argiva Elèna
dopo tante per lei, lungi dal caro
nido natìo, qui spente anime greche?
Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra
lusinghiero parlar, molci i soldati,
frena la fuga, né patir che un solo
de' remiganti pini in mar sia tratto.
Obbediente la cerulea Diva
dalle cime d'Olimpo dispiccossi
velocissima, e tosto fu sul lido.
Ivi Ulisse trovò, senno di Giove,
occupato non già del suo naviglio,
ma del dolor che il preme, e immoto in piedi.
Gli si fece davanti la divina
Glaucopide dicendo: O di Laerte
generoso figliuol, prudente Ulisse,
così dunque n'andrete? E al patrio suolo
navigherete, e lascerete a Priamo
di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani
d'Argo la donna, e invendicato il sangue
di tanti, che per lei qui lo versaro,
bellicosi compagni? A che ti stai?
T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi,
dolci adopra parole e li trattieni,
né consentir che antenna in mar si spinga.
Così disse la Dea. Ne riconobbe
l'eroe la voce, e via gittato il manto,
che dopo lui raccolse il banditore
Eurìbate itacense, a correr diessi;
e incontrato l'Atride Agamennóne,
ratto ne prende il regal scettro, e vola
con questo in pugno tra le navi achee;
e quanti ei trova o duci o re, li ferma
con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice,
valoroso campione? A te de' vili
disconvien la paura. Or via, ti resta,
pregoti, e gli altri fa restar. La mente
ben palese non t'è d'Agamennóne;
egli tenta gli Achei, pronto a punirli.
Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso
consesso ei disse. Deh badiam, che irato
non ne percuota d'improvvisa offesa.
Di re supremo acerba è l'ira, e Giove,
che al trono l'educò, l'onora ed ama.
S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea
vociferante, collo scettro il dosso
batteagli; e, Taci, gli garrìa severo,
taci tu tristo, e i più prestanti ascolta
tu codardo, tu imbelle, e nei consigli
nullo e nell'armi. La vogliam noi forse
far qui tutti da re? Pazzo fu sempre
de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli
cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo
ne sia di tutti correttor supremo.
Così l'impero adoperando Ulisse
frena le turbe, e queste a parlamento
dalle navi di nuovo e dalle tende
con fragore accorrean, pari a marina
onda che mugge e sferza il lido, ed alto
ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside
ciascheduno al suo posto: il sol Tersite
di gracchiar non si resta, e fa tumulto
parlator petulante. Avea costui
di scurrili indigeste dicerìe
pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza
o ritegno o pudor le vomitava
contro i re tutti; e quanto a destar riso
infra gli Achivi gli venìa sul labbro,
tanto il protervo beffator dicea.
Non venne a Troia di costui più brutto
ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta
gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso
l'onor del prode, e una medesma tomba
l'infingardo riceve e l'operoso.
Ed io che tanto travagliai, che a tanti
rischi di Marte la mia vita esposi,
che guadagni, per dio, che guiderdone
su gli altri ottenni? In vero il meschinello
augel son io, che d'esca i suoi provvede
piccioli implumi, e sé medesmo obblìa.
Quante, senza dar sonno alle palpèbre,
trascorse notti! quanti giorni avvolto
in sanguinose pugne ho combattuto
per le ree mogli di costor! Conquisi
guerreggiando sul mar dodici altere
cittadi; ne conquisi undici a piede
dintorno ai campi d'Ilïon; da tutte
molte asportai pregiate spoglie, e tutte
all'Atride le cessi, a lui che inerte
rimasto indietro, nell'avare navi
le ricevea superbo, e dividendo
altrui lo peggio riserbossi il meglio;
o s'alcun dono agli altri duci ei fenne,
nol si ritolse almeno. Io sol del mio
premio fui spoglio, io solo; egli la donna
del mio cor si ritiene, e ne gioisce.
A che mai questa degli Achei co' Teucri
cotanta guerra? a che raccolse Atride
qui tant'armi? Non forse per la bella
Elena? Ma l'amor delle consorti
tocca egli forse il cor de' soli Atridi?
Ogni buono, ogni saggio ama la sua,
e tienla in pregio, siccom'io costei
carissima al mio cor, quantunque ancella.
Or ch'egli dalle man la mi rapìo
con fatto iniquo, di piegar non tenti
me da sue frodi ammaestrato assai.
Teco, Ulisse, e co' suoi re tanti ei dunque
consulti il modo di sottrar l'armata
alle fiamme nemiche. E quale ha d'uopo
ei del mio braccio? Senza me già fece
di gran cose. Innalzato ha un alto muro,
lungo il muro ha scavato un largo e cupo
fosso, e nel fosso un gran palizzo infisse.
Mirabil opra! che dal fiero Ettorre
nol fa sicuro ancor, da quell'Ettorre
che, mentre io parvi fra gli Achei, scostarsi
non ardìa dalle mura, o non giugnea
che sino al faggio delle porte Scee.
Sola una volta ei là m'attese, e a stento
poté sottrarsi all'asta mia. Ma nullo
più conflitto vogl'io con quel guerriero,
nullo: e offerti dimani al sommo Giove
e agli altri numi i sacrifici, e tratte
tutte nel mare le mie carche navi,
sì, dimani vedrai, se te ne cale,
coll'aurora spiegar sull'Ellesponto
i miei legni le vele, ed esultanti
tutte di lieti remator le sponde.
Se di prospero corso il buon Nettunno
cortese mi sarà, la terza luce
di Ftia porrammi su la dolce riva.
Ivi molta lasciai propria ricchezza
qua venendo in mal punto, ivi molt'altra
ne reco in oro, e in fulvo rame, e in terso
splendido ferro e in eleganti donne,
tutto tesoro a me sortito. Il solo
premio ne manca che mi diè l'Atride,
e re villano mel ritolse ei poscia.
Torna dunque all'ingrato, e gli riporta
tutto che dico, e a tutti in faccia, ond'anco
negli altri Achei si svegli una giust'ira
e un avvisato diffidar dell'arti
di quel franco impudente, che pur tale
non ardirebbe di mirarmi in fronte.
Digli che a parte non verrò giammai
né di fatto con lui né di consiglio;
che mi deluse; che mi fece oltraggio;
che gli basti l'aver tanto potuto
sola una volta, e che mal fonda in vane
ciance la speme d'un secondo inganno.
Digli che senza più turbarmi corra
alla ruina a cui l'incalza Giove
che di senno il privò: digli che abborro
suoi doni, e spregio come vil mancipio
il donator. Né s'egli e dieci e venti
volte gli addoppii, né se tutto ei m'offra
ciò ch'or possiede, e ciò ch'un dì venirgli
potrìa d'altronde, e quante entran ricchezze
in Orcomèno e nell'egizia Tebe
per le cento sue porte e li dugento
aurighi co' lor carri a ciascheduna;
mi fosse ei largo di tant'oro alfine
quanto di sabbia e polve si calpesta,
né così pur si speri Agamennóne
la mia mente inchinar prima che tutto
pagato ei m'abbia dell'offesa il fio.
Non vo' la figlia di costui. Foss'ella
pari a Minerva nell'ingegno, e il vanto
di beltà contendesse a Citerea,
non prenderolla in mia consorte io mai.
Serbila ad altro Acheo che al grand'Atride
più di grado s'adegui e di possanza.
A me, se salvo raddurranmi i numi
al patrio tetto, a me scerrà lo stesso
Pelèo lo sposa. Han molte Ellade e Ftia
figlie di regi assai possenti: e quale
di lor vorrò, legittima e diletta
moglie farolla, e mi godrò con essa
nella pace, a cui stanco il cor sospira,
il paterno retaggio. E parmi in vero
che di mia vita non pareggi il prezzo
né tutta l'opulenza in Ilio accolta
pria della giunta degli Achei, né quanto
tesor si chiude nel marmoreo templo
del saettante Apollo in sul petroso
balzo di Pito. Racquistar si ponno
e tripodi e cavalli e armenti e greggi;
ma l'alma, che passò del labbro il varco,
chi la racquista? chi del freddo petto
la riconduce a ravvivar la fiamma?
Meco io porto (la Dea madre mel dice)
doppio fato di morte. Se qui resto
a pugnar sotto Troia, al patrio lido
m'è tolto il ritornar, ma d'immortale
gloria l'acquisto mi farò. Se riedo
al dolce suol natìo, perdo la bella
gloria, ma il fiore de' miei dì non fia
tronco da morte innanzi tempo, ed io
lieta godrommi e dïuturna vita.
Questa m'eleggo, e gli altri tutti esorto
a rimbarcarsi e abbandonar di Troia
l'impossibil conquista. Il Dio de' tuoni
su lei stese la mano, e rincorârsi
i suoi guerrieri. Itene adunque, e come
di legati è dover, le mie risposte
ai prenci achivi riferendo, dite
che a preservar le navi e il campo argivo
lor fa mestiero ruminar novello
miglior partito, ché il già preso è vano.
Inesorata è l'ira mia. Fenice
qui rimanga e riposi: al nuovo giorno
seguirammi, se il vuole, alla diletta
patria. Di forza nol trarrò giammai.
Disse: e l'alto parlare e l'aspro niego
tutti li fece sbalorditi e muti.
Ruppe alfin quel silenzio il cavaliero
veglio Fenice, e sul destin tremando
delle argoliche navi, ed ai sospiri
mescendo i pianti, così prese a dire:
Se in tuo pensiero è fissa, inclito Achille,
la tua partenza, se nell'ira immoto
di niuna guisa allontanar non vuoi
gli ostili incendii dalla classe achea,
come, ahi come poss'io, diletto figlio,
qui restar senza te? Teco mandommi
il tuo canuto genitor Pelèo
quel giorno che all'Atride Agamennóne
invïotti da Ftia, fanciullo ancora
dell'arte ignaro dell'acerba guerra,
e dell'arte del dir che fama acquista.
Quindi ei teco spedimmi, onde di questi
studi erudirti, e farmi a te nell'opre
della lingua maestro e della mano.
A niun conto vorrei dunque, mio caro,
dispiccarmi da te, no, s'anco un Dio,
rasa la mia vecchiezza, mi prometta
rinverdir le mie membra, e ritornarmi
giovinetto qual era allor che il suolo
d'Ellade abbandonai, l'ira fuggendo
e un atroce imprecar del padre mio
Amintore d'Orméno. Era di questa
ira cagione un'avvenente druda
ch'egli, sprezzata la consorte, amava
follemente. Abbracciò le mie ginocchia
la tradita mia madre, e supplicommi
di mischiarmi in amor colla rivale,
e porle in odio il vecchio amante. Il feci.
Reso accorto di questo il genitore,
mi maledisse, ed invocò sul mio
capo l'orrendi Eumenidi, pregando
che mai concesso non mi fosse il porre
sul suo ginocchio un figlio mio. L'udiro
il sotterraneo Giove e la spietata
Proserpina, e il feral voto fu pieno.
Carco allor della sacra ira del padre,
non mi sofferse il cor di più restarmi
nelle case paterne. E servi e amici
e congiunti mi fean con caldi preghi
dolce ritegno, ed in allegre mense
stornar volendo il mio pensier, si diero
a far macco d'agnelle e di torelli,
a rosolar sul foco i saginati
lombi suìni, a tracannar del veglio
l'anfore in serbo. Nove notti al fianco
mi fur essi così con veglie alterne
e con perpetui fuochi, un sotto il portico
del ben chiuso cortil, l'altro alle soglie
della mia stanza nell'andron. Ma quando
della decima notte il buio venne,
l'uscio sconfissi, e della stanza evaso
varcai d'un salto della corte il muro,
porte espugnammo: e nondimen più scarsi
eran gli armati che guidammo al sacro
muro di Marte, ne' divini auspìci
fidando e in Giove. Per l'opposto quelli
peccâr d'insano ardire e vi periro.
Non pormi adunque in onor pari i padri.
Gli volse un guardo di traverso il forte
Tidìde, e ripigliò: T'accheta, amico,
ed obbedisci al mio parlar. Non io,
se il re supremo Agamennóne istiga
alla pugna gli Achei, non io lo biasmo.
Fia sua la gloria, se, domati i Teucri,
noi la sacra cittade espugneremo,
e suo, se spenti noi cadremo, il lutto.
Dunque a dar prove di valor si pensi.
Disse, e armato balzò dal cocchio in terra.
Orrendamente risonâr sul petto
l'armi al re concitato, a tal che preso
n'avrìa spavento ogni più fermo core.
Siccome quando al risonante lido,
di Ponente al soffiar, l'uno sull'altro
del mar si spinge il flutto; e prima in alto
gonfiasi, e poscia su la sponda rotto
orribilmente freme, e intorno agli erti
scogli s'arriccia, li sormonta, e in larghi
sprazzi diffonde la canuta spuma:
incessanti così l'una su l'altra
movon l'achee falangi alla battaglia
sotto il suo duce ognuna; e sì gran turba
marcia sì cheta, che di voce priva
la diresti al vederla; e riverenza
era de' duci quel silenzio; e l'armi
di varia guisa, di che gìan vestiti
tutti in ischiera, li cingean di lampi.
Ma simiglianti i Teucri a numeroso
gregge che dentro il pecoril di ricco
padron, nell'ora che si spreme il latte,
s'ammucchiano, e al belar de' cari agnelli
rispondono belando alla dirotta;
così per l'ampio esercito un confuso
mettean schiamazzo i Teucri, ché non uno
era di tutti il grido né la voce,
ma di lingue un mistìo, sendo una gente
da più parti raccolta. A questi Marte,
a quei Minerva è sprone, e quinci e quindi
lo Spavento e la Fuga, e del crudele
Marte suora e compagna la Contesa
insazïabilmente furibonda,
che da principio piccola si leva,
poi mette il capo tra le stelle, e immensa
passeggia su la terra. Essa per mezzo
alle turbe scorrendo, e de' mortali
addoppiando gli affanni, in ambedue
le bande sparse una rabbiosa lite.
Poiché l'un campo e l'altro in un sol luogo
convenne, e si scontrâr l'aste e gli scudi,
e il furor de' guerrieri, scintillanti
ne' risonanti usberghi, e delle colme
targhe già il cozzo si sentìa, levossi
un orrendo tumulto. Iva confuso
col gemer degli uccisi il vanto e il grido
degli uccisori, e il suol sangue correa.
Qual due torrenti che di largo sbocco
devolvonsi dai monti, e nella valle
per lo concavo sen d'una vorago
confondono le gonfie onde veloci:
n'ode il fragor da lungi in cima al balzo
l'atterrito pastor: tal dai commisti
eserciti sorgea fracasso e tema.
Primo Antiloco uccise un valoroso
Teucro, alle mani nelle prime file,
il Taliside Echèpolo, il ferendo
nel cono del chiomato elmo: s'infisse
la ferrea punta nella fronte, e l'osso
trapanò: s'abbuiâr gli occhi al meschino,
che strepitoso cadde come torre.
Ghermì pe' piedi quel caduto il prence
de' magnanimi Abanti Elefenorre
figliuol di Calcodonte, e desïoso
di spogliarlo dell'armi, lo traea
fuor della mischia: ma fallì la brama;
ché mentre il morto ei dietro si strascina,
Agenore il sorprende, e a lui che curvo
offrìa nudati di pavese i fianchi,
tale un colpo assestò, che gli disciolse
le forze, e l'alma abbandonollo. Allora
tra i Troiani e gli Achei surse una fiera
zuffa sovr'esso: s'affrontâr quai lupi,
e in mutua strage si metteano a morte.
Qui fu che Aiace Telamonio il figlio
d'Antemion percosse il giovinetto
Simoesio, cui scesa dall'Idee
cime la madre partorì sul margo
del Simoenta, un giorno ivi venuta
co' genitori a visitar la greggia;
e Simoesio lo nomâr dal fiume.
Misero! Ché dei presi in educarlo
dolci pensieri ai genitor diletti
rendere il merto non poteo: la lancia
d'Aiace il colse, e il viver suo fe' breve.
alimento; così de' combattenti
equilibrata si tenea la pugna,
finché l'ora pur venne in che dovea
spinto da Giove superar primiero
Ettore la muraglia. Alza ei repente
la terribile voce, ed, Accorrete,
grida, o forti Troiani, urtate il muro,
spezzatelo, gittate alfin le fiamme
vendicatrici nella classe achea.
L'udiro i Teucri, ed incitati e densi
avventârsi ai ripari, e sovra il muro
montâr coll'aste in pugno. Appo le porte
un immane giacea macigno acuto:
non l'avrìan mosso agevolmente due
de' presenti mortali anche robusti
per carreggiarlo. A questo diè di piglio
Ettore; ed alto sollevollo, e solo
senza fatica l'agitò; ché Giove
in man del duce lo rendea leggiero.
E come nella manca il mandrïano
lieve sostien d'un arïète il vello,
insensibile peso; a questa guisa
Ettore porta sollevato in alto
l'enorme sasso, e va dirittamente
contro l'assito che compatto e grosso
delle porte munìa la doppia imposta,
da due forti sbarrata internamente
spranghe traverse, ed uno era il serrame.
Fattosi appresso, ed allargate e ferme
saldamente le gambe, onde con forza
il colpo liberar, percosse il mezzo.
Al fulmine del sasso sgangherârsi
i cardini dirotti; orrendamente
muggîr le porte, si spezzâr le sbarre,
si sfracellò l'assito, e d'ogni parte
le schegge ne volâr; tale fu il pondo
e l'impeto del sasso che di dentro
cadde e posò. Pel varco aperto Ettorre
si spinse innanzi simigliante a scura
ruinosa procella. Folgorava
tutto nell'armi di terribil luce;
scotea due lance nelle man; gli sguardi
mettean lampi e faville, e non l'avrìa,
quando ei fiero saltò dentro le porte,
rattenuto verun che Dio non fosse.
Alle sue schiere allor si volse, e a tutte
comandò di varcar l'achea trinciera.
Obbediro i Troiani; immantinente
altri il muro salîr, altri innondaro
le spalancate porte. Al mar gli Achivi
fuggono, e immenso ne seguìa tumulto.

Libro Decimoterzo
Poiché Giove appressati ebbe alle navi
con Ettore i Troiani, ivi in travaglio
incessante lasciolli: e volti indietro
i fulgid'occhi a riguardar si pose
del Trace di cavalli agitatore
la contrada e de' Misii a stretta pugna
valorosi guerrieri e de' famosi
Ippomolghi, giustissimi mortali
che di latte nudriti a lunga etade
producono i lor dì: né più di Troia
dava un guardo alle mura, in sé pensando
che nessun Dio discendere de' Teucri
o de' Greci in aita oso sarebbe.
Né invan si stava alla vedetta intanto
il re Nettunno che su l'alte assiso
selvose cime della tracia Samo
contemplava di là l'aspro conflitto;
e tutto l'Ida e Troia e degli Achei
le folte antenne si vedea davanti.
Ivi uscito dell'onde egli sedea,
e del cader de' Greci impietosito
contro Giove fremea d'alto disdegno.
Ratto spiccossi dall'alpestre vetta
e discese. Tremâr le selve e i monti
sotto il piede immortal dell'incedente
irato Enosigèo. Tre passi ei fece,
e al quarto giunse alla sua meta in Ege,
ove d'auro corruschi in fondo al mare
sorgono eccelsi i suoi palagi eterni.
Qui venuto i veloci oro-criniti
eripedi cavalli al cocchio aggioga.
In aurea vesta si ravvolge tutta
la divina persona, ed impugnato
l'aureo flagello di gentil lavoro
monta il carro, e leggier vola su l'onda.
Dagl'imi gorghi uscite a lui dintorno,
conoscendo il re lor, l'ampie balene
esultano, e per gioia il mar si spiana.
Così rapide volano le rote
che dell'asse né pur si bagna il bronzo;
e gli agili cavalli a tutto corso
verso le navi achee portano il Dio.
Fra Tènedo e fra l'aspra Imbro nell'imo
s'apre dell'alto sale ampia spelonca.
Qui giunto il nume i corridor sostenne,
e dal temo gli sciolse, e ristorati
d'ambrosio cibo, gli allacciò di salde
invereconda audace Dea, che ardisci
contra il Tonante sollevar la lancia.
Disse, e ratta sparì la messaggiera.
Ed a Minerva allor con questi accenti
Giuno si volse: Ohimè! più non si parli,
figlia di Giove, di pugnar con esso
per cagion de' mortali: io nol consento.
Di loro altri si muoia, altri si viva,
come piace alla sorte; e Giove intanto,
come dispon suo senno e sua giustizia,
fra i Troiani e gli Achei tempri il destino.
Sì dicendo la Dea ritorse indietro
i criniti destrieri, e l'Ore ancelle
li distaccâr dal giogo, e li legaro
ai nettarei presepi, ed il bel cocchio
appoggiaro alla lucida parete.
Si raccolser le Dive in aureo seggio
con gli altri Dei confuse; e Giove intanto
dal Gàrgaro all'Olimpo i corridori
e le fulgide ruote alto spingea.
Giunto alle case de' Celesti, a lui
sciolse i corsieri l'inclito Nettunno,
rimesse il cocchio, e lo coprì d'un velo.
Giove sul trono si compose e tutto
tremò sotto il suo piè l'immenso Olimpo.
Ma Minerva e Giunon sole in disparte
sedean, né motto né dimanda a Giove
ardìan veruna indirizzar. S'avvide
de' lor pensieri il nume, e così disse:
Perché sì meste, o voi Minerva e Giuno?
e' non si par che molto affaticate
v'abbia finor la glorïosa pugna
in esizio de' Teucri, a cui sì grave
odio poneste. E v'è di mente uscito
che invitto è il braccio mio? che quanti ha numi
il ciel, cangiare il mio voler non ponno?
A voi bensì le delicate membra
prese un freddo tremor pria che la guerra
pur contemplaste, e della guerra i duri
esperimenti. Io vel dichiaro (e fôra
già seguìto l'effetto) che percosse
dalla folgore mia, no, non v'avrebbe
il vostro cocchio ricondotte al cielo,
albergo degli Eterni. - Il Dio sì disse,
e in secreto fremean Minerva e Giuno
sedendosi vicino, ed ai Troiani
meditando nel cor alte sciagure.
Stette muta Minerva, e contra il padre
l'acerbo che l'ardea sdegno represse;
ma sciolto all'ira il fren Giuno rispose:
Tremendissimo Giove, e che dicesti?
Ben anco a noi la tua possanza invitta
è manifesta; ma pietà ne prende
dei dannati a perir miseri Achei.
Noi certo l'armi lascerem, se questo
è il tuo strano voler; ma nondimeno
qualche ai Greci daremo util consiglio,
onde non tutti il tuo furor li spegna.
E Giove replicò: Più fiero ancora
vedrai dimani, se t'aggrada, o moglie,
l'onnipotente di Saturno figlio
dell'esercito achèo struggere il fiore.
Perocché dalla pugna il forte Ettorre
non pria desisterà, che finalmente
l'ozïosa si svegli ira d'Achille
il dì che in gran periglio appo le navi
combatterassi per Patròclo ucciso.
Tal de' fati è il voler, né de' tuoi sdegni
sollecito son io, no, s'anco ai muti
della terra e del mar confini estremi
andar ti piaccia, nel rimoto esiglio
di Giapeto e Saturno, che nel cupo
Tartaro chiusi né il superno raggio
del Sole, né di vento aura ricrea;
no, se tant'oltre pure il tuo dispetto
vagabonda ti porti, io non ti curo,
poiché d'ogni pudor possasti il segno.
Tacque; né Giuno osò pure d'un detto
fargli risposta. In grembo al mar frattanto
la splendida cadea lampa del Sole
l'atra notte traendo su la terra.
Della luce l'occaso i Teucri afflisse,
ma pregata più volte e sospirata
sovraggiunse agli Achei l'ombra notturna.
Fuor del campo navale Ettore allora
i Troiani ritrasse in su la riva
del rapido Scamandro, ed in pianura
da' cadaveri sgombra a parlamento
chiamolli; ed essi dismontâr dai cocchi,
e affollati dintorno al gran guerriero
cura di Giove, a sue parole attenti
porgean gli orecchi. Una grand'asta in pugno
di ben undici cubiti sostiene:
tutta di bronzo folgora la punta,
e d'oro un cerchio le discorre intorno.
Appoggiato su questa, così disse:
Dardani, Teucri, Collegati, udite:
io poc'anzi sperai ch'arse le navi
e distrutti gli Argivi a Troia avremmo
fatto ritorno. Ma sì bella speme
assai valenti e in un sol cocchio ascesi,
Anchïalo e Meneste. Ebbe di loro
pietade il grande Telamonio Aiace,
e féssi avanti e stette, e la lucente
asta lanciando, Anfio colpì, che figlio
di Selago tenea suo seggio in Peso
ricco d'ampie campagne. Ma la nera
Parca ad Ilio il menò confederato
del re troiano e de' suoi figli. Il colse
sul cinto il lungo telamonio ferro,
e nell'imo del ventre si confisse.
Diè cadendo un rimbombo, e a dispogliarlo
corse l'illustre vincitor; ma un nembo
i Troiani piovean di frecce acute
che d'irta selva gli coprîr lo scudo.
Ben egli al morto avvicinossi, e il petto
calcandogli col piè, la fulgid'asta
ne sferrò, ma dall'omero le belle
armi rapirgli non poteo: sì densa
la grandine il premea delle saette.
E temendo l'eroe nol circuisse
de' Troiani la piena, che ristretti
erano e molti e poderosi, e tutti
con armi d'ogni guisa e d'ogni tiro
ad incalzarlo, a repulsarlo intesi,
ei benché forte e di gran corpo e d'alto
ardir diè volta, e si ritrasse addietro.
Mentre questi alle mani in questa parte
si travaglian così, nemico fato
contra l'illustre Sarpedon sospinse
l'Eraclide Tlepòlemo, guerriero
di gran persona e di gran possa. Or come
a fronte si trovâr quinci il nepote
e quindi il figlio del Tonante Iddio,
Tlepòlemo primiero così disse:
Duce de' Licii Sarpedon, qual uopo
rozzo in guerra a tremar qua ti condusse?
È mentitor chi dell'Egìoco Giove
germe ti dice. Dal valor dei forti,
che nell'andata età nacquer di lui,
troppo lungi se' tu. Ben altro egli era
il mio gran genitor, forza divina,
cuor di leone. Qua venuto un giorno
a via menar del re Laomedonte
i promessi destrieri, egli con sole
sei navi e pochi armati Ilio distrusse,
e vedovate ne lasciò le vie.
Tu sei codardo, tu a perir qui traggi
i tuoi soldati, tu veruna aita,
col tuo venir di Licia, non darai
alla dardania gente; e quando pure
un gagliardo ti fossi, il braccio mio
qui stenderatti e spingeratti a Pluto.
E di rimando a lui de' Licii il duce:
Tlepòlemo, le sacre iliache mura
Ercole, è ver, distrusse, e la scempiezza
del frigio sire il meritò, che ingrato
al beneficio con acerbi detti
oltraggiollo; e i destrieri, alta cagione
di sua venuta, gli negò. Ma i vanti
paterni non torran che la mia lancia
qui non ti prostri. Tu morrai: son io
che tel predìco, e a me l'onor qui tosto
darai della vittoria, e l'alma a Pluto.
Ciò detto appena, sollevaro in alto
i ferrati lor cerri ambo i guerrieri,
ed ambo a un tempo gli scagliâr. Percosse
Sarpedonte il nemico a mezzo il collo,
sì che tutto il passò l'asta crudele,
e a lui gli occhi coperse eterna notte.
Ma il telo uscito nel medesmo istante
dalla man di Tlepòlemo la manca
coscia ferì di Sarpedon. Passolla
infino all'osso la fulminea punta,
ma non diè morte, ché vietollo il padre.
Accorsero gli amici, e dal tumulto
sottrassero l'eroe che del confitto
telo di molto si dolea, né mente
v'avea posto verun, né s'avvisava
di sconficcarlo dalla coscia offesa,
onde espedirne il camminar: tant'era
del salvarlo la fretta e la faccenda.
Dall'altra parte i coturnati Achei
di Tlepòlemo anch'essi dalla pugna
ritraggono la salma. Al doloroso
spettacolo la forte alma d'Ulisse
si commosse altamente; e in suo pensiero
divisando ne vien s'ei prima insegua
di Giove il figlio, o più gli torni il darsi
alla strage de' Licii. Alla sua lancia
non concedean le Parche il porre a morte
del gran Tonante il valoroso seme.
Scagliasi ei dunque da Minerva spinto
nella folta dei Licii, e quivi uccide
l'un sovra l'altro Alastore, Cerano,
Cromio, Pritani, Alcandro, e Noemone
ed Alio: e più n'avrìa di lor prostrati
il divino guerrier, se il grande Ettorre
di lui non s'accorgea. Tra i primi ei dunque
processe di corrusche armi splendente,
ne rapîr le tenèbre invidiose,
che inopportune sul cruento lido
salvâr le navi e i paurosi Achei.
Obbediamo alle negre ombre nemiche,
apparecchiam le cene. Ognun dal temo
sciolga i cavalli, e liberal sia loro
di largo cibo. Di voi parte intanto
alla città si affretti, e pingui agnelle
e giovenchi n'adduca, e di Lïeo
e di Cerere il frutto almo e gradito.
Sian di secche boscaglie anco raccolte
abbondanti cataste, e si cosparga,
finché regna la notte e l'alba arriva,
tutto di fuochi il campo e il ciel di luce,
onde dell'ombre nel silenzio i Greci
non prendano del mar su l'ampio dorso
taciturni la fuga; o i legni almeno
non salgano tranquilli, e la partenza
senza terror non sia; ma nell'imbarco
o di lancia piagato o di saetta
vada più d'uno alle paterne case
a curar la ferita, e rechi ai figli
l'orror de' Teucri, e così loro insegni
a non tentarli con funesta guerra.
Voi cari a Giove diligenti araldi,
per la città frattanto ite, e bandite
che i canuti vegliardi, e i giovinetti
a cui le guance il primo pelo infiora,
custodiscan le mura in su gli spaldi
dagli Dei fabbricati. Entro le case
allumino gran fuoco anco le donne,
e stazïon vi sia di sentinelle,
onde, sendo noi lungi, ostile insidia
nell'inerme città non s'introduca.
Quanto or dico s'adémpia, e non fia vano,
magnanimi compagni, il mio consiglio.
Dirò dimani ciò che far ne resta.
Spero ben io, se Giove e gli altri Eterni
avrem propizi, di cacciarne lungi
cotesti cani da funesto fato
qua su le prore addutti. Or per la notte
custodiamo noi stessi. Al primo raggio
del nuovo giorno in tutto punto armati
desteremo sul lido acre conflitto;
vedrem se Dïomede, questo forte
figliuolo di Tidèo, respingerammi
dalle navi alle mura, o s'io coll'asta
saprò passargli il fianco, e via portarne
le sanguinose spoglie. Egli dimani
manifesto farà se sua prodezza
tal sia che possa di mia lancia il duro
assalto sostener. Ma se fallace
non è mia speme, ei giacerà tra' primi
spento con molti de' compagni intorno,
ei sì, dimani, all'apparir del Sole.
Così immortal foss'io, né mai vecchiezza
vïolasse i miei giorni, ed onorato
foss'io del par che Pallade ed Apollo,
come fatale ai Greci è il dì futuro.
Tal fu d'Ettorre il favellar superbo,
e gli fêr plauso i Teucri. Immantinente
sciolsero dal timone i polverosi
destrier sudati, e colle briglie al carro
gli annodò ciascheduno. Indi menaro
pecore e buoi dalla cittade in fretta.
Altri vien carco di nettareo vino,
altri di cibo cereale; ed altri
cataste aduna di virgulti e tronchi.
Rapìan l'odor delle vivande i venti
da tutto il campo, e lo spargeano al cielo.
Ed essi gonfi di baldanza, e in torme
belliche assisi dispendean la notte,
tutta empiendo di fuochi la campagna.
Siccome quando in ciel tersa è la Luna,
e tremole e vezzose a lei dintorno
sfavillano le stelle, allor che l'aria
è senza vento, ed allo sguardo tutte
si scuoprono le torri e le foreste
e le cime de' monti; immenso e puro
l'etra si spande, gli astri tutti il volto
rivelano ridenti, e in cor ne gode
l'attonito pastor: tali al vederli,
e altrettanti apparìan de' Teucri i fuochi
tra le navi e del Xanto le correnti
sotto il muro di Troia. Erano mille
che di gran fiamma interrompeano il campo,
e cinquanta guerrieri a ciascheduno
sedeansi al lume delle vampe ardenti.
Presso i carri frattanto orzo ed avena
i cavalli pascevano, aspettando
che dal bel trono suo l'Alba sorgesse.

Libro Nono
Queste de' Teucri eran le veglie. Intanto
del gelido Terror negra compagna
la Fuga, dagli Dei ne' petti infusa,
l'achivo campo possedea. Percosso
da profonda tristezza era di tutti
i più forti lo spirto; e in quella guisa
che il pescoso Oceàno si rabbuffa,
l'offerta accetti, né la stessa pure
rapita donna. Ai Dardani sovrasta,
un fanciullo il vedrìa, l'esizio estremo.
Plausero tutti al suo parlar gli Achivi
con alte grida, e n'ammiraro il senno.
Indi vòlto all'araldo il grande Atride:
Idèo, diss'egli, per te stesso udisti
degli Achei la risposta, e in un la mia.
Quanto agli estinti, di buon grado assento
che siano incesi; ché non dêssi avaro
esser di rogo a chi di vita è privo,
né porre indugio a consolarne l'ombra
coll'officio pietoso. Il fulminante
sposo di Giuno il nostro giuro ascolti.
Così dicendo alzò lo scettro al cielo,
e l'araldo tornossi entro la sacra
cittade ai Teucri, già del suo ritorno
impazïenti e in pien consesso accolti.
Giunse, e intromesso la risposta espose.
Si sparsero allor ratti, altri al carreggio
de' cadaveri intenti, altri al funèbre
taglio de' boschi. Dall'opposta parte
un cuor medesmo, una medesma cura
occupava gli Achivi. E già dal queto
grembo del mare al ciel montando il sole
co' rugiadosi lucidi suoi strali
le campagne ferìa, quando nell'atra
pianura si scontrâr Teucri ed Achei
ognuno in cerca de' suoi morti, a tale
dal sangue sfigurati e dalla polve,
che mal se ne potea, senza lavarli,
ravvisar le sembianze. Alfin trovati
e conosciuti li ponean su i mesti
plaustri piangendo. Ma di Priamo il senno
non consentìa del pianto a' suoi lo sfogo:
quindi afflitti, ma muti, al rogo i Teucri
diero a mucchi le salme; ed arse tutte,
col cuor serrato alla città tornaro.
D'un medesmo dolor rotti gli Achei
i lor morti ammassâr sovra la pira,
e come gli ebbe la funerea fiamma
consumati, del mar preser la via.
Non biancheggiava ancor l'alba novella,
ma il barlume soltanto antelucano,
quando d'Achei dintorno all'alto rogo
scelto stuolo affollossi. E primamente
alzâr dappresso a quello una comune
tomba agli estinti, ed alla tomba accanto
una muraglia a edificar si diero
d'alti torrazzi ghirlandata, a 